Così nel Pd si fa largo il mostro giuridico della presunzione di colpevolezza

Il caso giudiziario in cui è coinvolto Filippo Penati, che fu il principale collaboratore di Pier Luigi Bersani nella fase delle primarie di partito, ha indotto il segretario democratico a prendere posizione sulla “questione morale” che attraversa anche il suo partito. Leggi A proposito di questione morale di Alessandro Giuli
16 AGO 20
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La presunzione di innocenza fino a condanna passata in giudicato, che pure Bersani cita nella sua lettera al Corriere della Sera, viene in questo modo rivoltata nel suo esatto contrario. Oltre tutto un’affermazione così perentoria si presta a polemiche non infondate sulla coerenza di un partito che, pur in presenza delle norme interne così rigorose, ha poi manovrato per far entrare in Senato Tedesco quando era già sotto accusa. In realtà l’idea di una sorta di magistratura interna di partito che garantisca la correttezza amministrativa è una pia illusione, che peraltro, se include il principio aberrante della sostanziale presunzione di colpevolezza, finisce col rendere più determinante l’intervento della magistratura di quello degli elettori e delle primarie nella selezione della classe dirigente politica.

E’ qui che la subalternità si sposa con l’arroganza della insistita proclamazione della “diversità”, cioè della superiorità dei democratici sulle altre formazioni politiche concorrenti. Il Pd, in sostanza, può accettare che il vaglio delle sue scelte di uomini e di candidature sia condizionato dal setaccio delle procure perché è politicamente al di sopra del sospetto che investe tutto il ceto politico. Per questo il partito non difende i suoi uomini coinvolti in inchieste, che debbono difendersi da soli, perché il semplice fatto di essere accusati li mette al di fuori, almeno temporaneamente, dalla comunità politica. Eppure proprio il caso di Penati avrebbe potuto essere affrontato politicamente nel merito. In primo luogo la decisione di dimettere aree industriali in disuso per realizzare una metamorfosi dell’habitat di Sesto San Giovanni, come di gran parte dell’area che gravita intorno alle grandi città industriali, è una decisione politica, di grande rilievo, difficile da assumere, e che va rivendicata nel merito. Se invece ci si infila nella disquisizione astratta dei rapporti tra politica e impresa, si allude a ipotesi legislative che riducono la possibilità di operare scelte di merito in base a un criterio politico, si mette già in forse la validità delle scelte compiute, con l’effetto paradossale di rafforzare l’accusa che considera aprioristicamente quelle decisioni l’effetto di un atto corruttivo.

Rinunciando a difendere le scelte politiche di Penati e della sua giunta, il che ovviamente non significa giustificare eventuali reati che siano stati commessi ai margini di quelle operazioni urbanistiche, Bersani mostra la corda di ipocrisia che lega minorità e improntitudine. Ha scelto Penati come principale collaboratore nella campagna delle primarie perché apprezzava il suo valore politico, cioè le scelte che aveva operato a Sesto, prima, e nella provincia di Milano poi. Abbandonarlo ora al suo destino senza difenderlo neppure su questo versante, se pure segnala una diversità politica, ne evidenzia una deteriore: il tentativo piuttosto vile di negare la dovuta solidarietà umana e politica a un collaboratore di primo piano, nell’illusione che, se ci sarà un conto da pagare, sarà solo lui a pagarlo.

Si tratta, peraltro, di un’allucinazione autolesionistica. Se si dà spazio alla deriva giustizialista, si finisce con l’esserne vittima, prima o poi. Il tentativo coltivato in varie occasioni dagli eredi del Pci di usare l’assalto della magistratura politicizzata come testa d’ariete per far saltare le casematte altrui e poi conquistare la fortezza del potere senza colpo ferire è fallito ogni volta, ma ha indebolito le istituzioni democratiche e la considerazione popolare per la politica. Casomai, paradossalmente ma non tanto come sembra, le ondate giustizialiste hanno creato vuoti politici poi colmati da altri. Proprio perché la “diversità” autoproclamata in modo strumentale provoca più repulsione che consenso. Bersani aveva l’occasione, penosa quanto si vuole, ma reale e in un certo senso obbligata, per un discorso realistico sui rapporti tra politica e giustizia, ma purtroppo non ha avuto la forza o la convinzione per pronunciarlo e così finirà con il pagare lo stesso un prezzo salato, senza nemmeno la soddisfazione di un sussulto di dignità e di solidarietà che gli avrebbe fatto onore.
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